TO WHAT REMAINS
Ogni decisione è una forma di distruzione. Ogni scelta ne rende un’altra impossibile: è un evento tanto affascinante quanto inquietante della pianificazione territoriale. L’atto implica che un’enorme quantità di cose non vengano scelte. Costruire o meno una strada così come piantare o meno una foresta, comporta una serie di importanti conseguenze per il tipo di vita che si può trovare in una determinata area.
Sin dall’inizio, Marjolijn De Wit ha lavorato alla visualizzazione della complessa relazione tra uomo e natura. Più specificatamente all’impari condizione di questa relazione, in cui l’uno plasma l’altra a sua immagine e somiglianza. Lo scontro tra la natura e la coltivazione è uno dei temi più suggestivi nella ricerca di De Wit. Nei suoi primi lavori l’unione di elementi incompatibili evocava questo impatto come, ad esempio, un gruppo di aborigeni che vanno in un ufficio con una canoa oppure un picnic nella foresta in cui il cibo è disposto con precisione militare; le televisioni sistemate attorno alla tovaglia mostrano immagini della natura e in una di queste, un delfino irrompe fuori dallo schermo.
In questi lavori, era forte il contrasto tra l’ordine strutturale di un dipinto e il caos dell’immagine, presente, ma sempre mascherato dagli armonici strati della pittura. Le immagini di gabbie e fucili, che De Wit spesso utilizzava, erano chiare metafore della perenne ansia dell’uomo per ottenere il controllo. La stessa idea si ritrova nei lavori più recenti che trattano il tema della manipolazione genetica, ambito in cui ormai i risultati oltrepassano le aspettative. Pur mantenendo un impegno sociale che sottolinea quanto queste questioni siano spinte all’eccesso, De Wit ha impresso alla sua ricerca qualche necessaria modifica. La sua, del resto, non è stata mai soltanto una denuncia degli abusi dell’uomo sulla natura.
Sin dall’inizio De Wit è stata affascinata non solo dall’aspetto morale della coltivazione compulsiva, ma anche dall’aspetto estetico. Ora l’artista lavora a questi temi con un approccio più sperimentale: come apparirà un mondo con tutti questi cambiamenti? De Wit è attratta dall’interfaccia tra la cultura e la natura, dall’intrigante terra di nessuno che si sviluppa tra i confini casuali dell’urbanistica. Allo stesso tempo si avvicina alla storia dell’arte astratta (Mondriaan che amava sedersi di spalle alla natura). Tutto questo porta ad un nuovo, vivace linguaggio visivo. Ancora impegnato, adesso il suo lavoro appare più sottile e complesso. Addirittura più inquietante; le immagini sono quelle di un mondo tra ordine e caos, lo spazio residuo che esiste tra la progettazione e la crescita organica; il terreno incolto che si insinua tra la capacità immaginifica e il capriccioso, incontrollabile istinto vitale.
Mischa Andriessen, scrittore e critico d’arte